Quasi un editoriale
Palle
Ci sono parole che non chiedono permesso.Entrano nella frase come un corpo estraneo, occupano spazio, creano un indiscutibile imbarazzo.“Palle” è una di queste. Abbiamo scelto questo tema del mese perché non è neutro, non è elegante, non è comodo, ma ogni tanto bisogna anche essere scomodi. È una parola che dice troppo e male, proprio per questo ci interessa. Sta a metà tra il corpo e il linguaggio, tra l’insulto e l’elogio, tra il ridicolo e il potere. È una parola che pesa, che rotola, che urta. Pensiamoci bene: da un lato viviamo in un tempo in cui si chiede continuamente di “avere le palle”.
Gli articoli
Questione di palle
Un invito a cena. Il primo, per me, con alcuni degli scrittori del mensile Operaincerta. È uscito il numero 200 e aspettiamo, con ansia felice e con la voglia di stupirci, il tema di gennaio 2026. Il direttore del giornale ha già scelto il tema, ma noi, tutti i commensali, ne siamo ignari. All’inizio della cena, un depistaggio: il tema del mese sarà “l’attacca-bottone”! E invece no. La cena prosegue e, a un tratto, Antonio riprende la parola esordendo: il tema sarà “Palle”. Scatta subito un momento di ilarità; tuttavia il viaggio nella mente inizia, senza freni, e la fantasia si libera. Due pensieri arrivano
Par amour de la CAN
Depuis le 21 décembre dernier, l’Afrique du football retient son souffle. Réunie au Maroc pour la 35e édition de la Coupe d’Afrique des Nations, elle attend de savoir qui sera sacré champion d’Afrique le 18 janvier prochain, dans le stade Prince Moulay Abdellah de Rabat. La Côte d’Ivoire, tenante du titre, remet son trophée en jeu après l’avoir conquis sur ses propres terres lors de la précédente édition. Assurément, les Marocains tenteront d’imiter leurs frères ivoiriens. Pour cela, il leur faudra gérer une pression monumentale : celle de tout un pays qui attend un sacre continental après une très prometteuse 4e place (et non 3e)
Boule de suif (1880), la novella d’un mondo rotondo (e amaro)
A rileggere le pagine di Guy de Maupassant (1850-1893) su teoria del romanzo ed estetica naturalista, nel saggio introduttivo a Pierre et Jean (1888) – ben dopo la celebrità di La maison Tellier (1881), Mademoiselle Fifi (1882), Contes de la Becasse e Clair de lune (1883), Una vie (1883), Les soeurs Rondoli e Miss Harriett (1884), Yvette e Contes du jour et de la nuit (1885), Bel Ami (1885), La petite Roque e Monsieur Parent (1886), Toine e Le Horla (1887), Mont Oriol (1887) – si potrebbe a ragione pensare che lo stesso rapporto tra realtà e finzione, vero e illusione, avesse ispirato anni prima
Un’infelicità presa a pallonate
Il canneto interrompe all’improvviso lo sguardo sulla spiaggia di Plaja Grande; non sembra avere alcuna ambizione da siepe di Recanati.Eppure quel giovane infelice, duecento anni fa, ci ha insegnato il gioco e io non riesco a sottrarmi alla tentazione di tentare qualche mossa con lui, sulla scacchiera dell’immaginazione. Cosa c’è dietro quella soglia di canne? Tra le palpebre socchiuse appaiono una città silenziosa, ordinata da algoritmi; le lunghe travi nordiche di una nave pronta al varo; un villaggio neolitico da cui si levano abbozzi di parole e un filo di fumo. Poi due persone dai lineamenti imprecisi, che però conosco, e che si tengono per
L’albero e le sue palle
Giusto una settimana fa abbiamo comprato l’albero di Natale. Serviva? Anche no, ma come disse lo scrittore “toglietemi tutto tranne il superfluo”, quindi albero nuovo. Che poi mi si potrebbe obiettare che l’albero per molti non è per nulla superfluo; che le tradizioni vanno ossequiate, rispettate (anche se, in fondo, non sono le nostre, osservo di passaggio). — Ma fa tanto casa, fa Natale… Che poi vero che fa casa e Natale, che quando è montato dà calore ed è bello: ma è anche vero che se non é montato io non me ne accorgo e non mi manca il suo calore, inoltre la mia
Una palla a (quasi) 11 metri
La pandemia, vi ricordate? L’incredulità e la gratitudine — che dovrebbero essere le compagne di ogni risveglio — erano la polpa di quegli strani primi giorni di coprifuoco. In città colpiva il silenzio delle strade immerse nella luce, i passeri padroni delle frequenze udibili, l’incontro con uno dei rari passanti: uno sguardo e un cenno della mano da lontano, come tra congiurati. Le parole, come amuleti, ci parlavano attraverso le sbarre dei cancelletti sui social: ce la faremo, restate a casa. L’impressione insistita e malagevole di essere a una resa dei conti, a un incontro con sé stessi, in cerca di un lasciapassare. O di
Sono un rompiballe
Sono un rompipalle autentico. Quando mi convinco di un ragionamento lo affermo con… non con forza perché non sono un forzuto… ma con convinzione ferma e insistente diventando così un rompipalle. C’è questa questione del voto a scuola. Da sempre, a scuola, si è interrogato e si sono dati i voti ovvero dei numeri da 1 a 10. Da sempre, dalla legge Casati e poi dalla riforma di Gentile, lo schema: “spiegazione – interrogazione – voto” è stato presente e immutato attraversando indenne tutte le modifiche seguite alla riforma della scuola media unica del 1962 che ha trasformato la scuola d’élite a scuola di massa.
Il Cerchio di Ramsden
Fu a fine del Settecento, in piena epoca del cosiddetto “dispotismo illuminato”, che l’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi, ricevette dal re Ferdinando III di Borbone l’incarico di fondare a Palermo un osservatorio astronomico. Proprio quel Piazzi che, da lì a poco avrebbe scoperto Cecere, l’unico pianeta nano del nostro sistema solare. In realtà la scelta di Piazzi, fino a quel momento un oscuro matematico valtellinese, non era stata una “prima scelta”. Ferdinando aveva prima chiesto ai più importanti astronomi di quel tempo la loro disponibilità a trasferirsi a Palermo ma tutti avevano rifiutato. Troppo lontana e marginale la Sicilia, e per di più sarebbero dovuti
Per amore della Coppa d’Africa
Dal 21 dicembre scorso, il calcio africano trattiene il fiato. Riuniti in Marocco per la 35esima edizione della CAN, la Coppa delle Nazioni Africane, attende di scoprire chi sarà incoronato campione d’Africa il prossimo 18 gennaio, allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat. La Costa d’Avorio, detentrice del titolo, rimette in gioco il suo trofeo dopo averlo conquistato in casa nell’edizione precedente. Sicuramente, i marocchini cercheranno di imitare i loro fratelli ivoriani. Per farlo, dovranno gestire una pressione monumentale: quella di un intero paese che attende un’incoronazione continentale dopo un promettentissimo quarto posto (e non terzo) all’ultimo Mondiale in Qatar. A questo si aggiunge un
La palla tra competizione e cooperazione: uno specchio delle culture
Poche invenzioni umane sono semplici e universali come la palla. Rotola, rimbalza, passa di mano in mano e attraversa epoche, continenti e culture. Ovunque nel mondo accompagna l’infanzia e i momenti collettivi; ma il modo in cui viene giocata non è mai neutro: racconta molto dei valori e della visione del mondo di un popolo. Nelle società industrializzate il gioco di palla è quasi sempre legato alla competizione. Regole, punteggi e classifiche trasformano il gioco in una sfida in cui vincere diventa più importante del piacere di giocare. La relazione e il movimento condiviso passano spesso in secondo piano rispetto al risultato. Eppure, la competizione
Palle in architettura e altre curiosità sferiche
Nel linguaggio comune il termine “palle” richiama spesso un’idea di pesantezza, noia o fastidio. Al riguardo nulla è più letteralmente pesante delle palle in architettura, realizzate in materiali dal notevole peso specifico come la pietra. Paradossalmente, però, il riferimento alla sfera come elemento architettonico non evoca affatto tedio o monotonia: al contrario, richiama la perfezione, la purezza e l’armonia di una forma considerata da sempre divina. A forma di globo sono i pianeti e il sole, mentre il cielo stesso è stato immaginato come una grande volta celeste. Tra le curiosità architettoniche legate alla forma sferica spicca il Municipio di Scicli, noto anche come Palazzo Palle.
Mondo ovale
Alcuni tra gli sport più popolari hanno come “attrezzo” la palla. O pallone o pallina che dir si voglia. Perché, se in base a forma, dimensione, peso e materiali, si può chiamare in modo diverso, il principio resta lo stesso: un oggetto da colpire, lanciare, far rotolare o controllare, che diventa il cuore del gioco. Sport come il calcio, la pallacanestro, il baseball, la pallavolo, il tennis, e l’elenco potrebbe ancora continuare, utilizzano quell’oggetto dalla forma sferica chiamato appunto palla, pallone, pallina. Ed è sorprendente pensare come un oggetto così semplice possa dare vita a una varietà così ampia di sport. C’è però uno sport,
Una Sfera nel Pop
La sfera ha spesso ricoperto nell’immaginario comune un ruolo importante. Poco importa se si tratti di quella di cristallo, fondamentale per scrutare il futuro e provare a prevedere come sarà questo 2026; o di quelle del drago per esprimere il desiderio di una pace duratura per esempio. Nella cultura pop questo oggetto, probabilmente per la sua forma archetipica, che richiama alla memoria il sole e i pianeti, ha sempre avuto la funzione di artefatto dotato di grande importanza e potenza. Se in alcuni universi fantastici ha una natura magica come per i Palantir, le sette sfere elfiche utilizzate per le comunicazioni a lunga distanza e
Girano o non girano?
A volte girano in un senso e trasmettono un sentimento, altre volte girano in un altro e comunicano un tipo di emozione diversa. Di che stiamo parlando? Delle palle. Nel nostro parlato esistono un sacco di espressioni che hanno come complemento oggetto la parola “testicoli”, o più volgarmente chiamata “palle”. Tutti, e dico tutti, almeno una volta nella vita hanno detto: «Che palle», «Mi hai rotto le palle», «Mi girano le palle». Ma vi siete chiesti da dove provengono queste espressioni? A quali sentimenti vengono associati? «Che palle», è una delle esclamazioni più diffuse della lingua parlata, di solito accompagnata da un movimento delle mani
Il rugby ti insegna ad avere le (s)palle
15 novembre 1986 – Nantes. Intervallo di Francia-Nuova Zelanda. Il capitano degli All Blacks, Wayne Shelford, si accorge di avere una grave lacerazione al testicolo. Non vuole lasciare i suoi compagni ad affrontare senza il capitano una battaglia sportiva che lascerà il segno (da tutti i punti di vista). Così chiede di farsi ricucire lì sotto. 16 punti di sutura e rientro in campo, dimostrando di avere le palle. Il senso di questa frase non può che diventare duplice: averle fortunatamente ancora intatte e averle nel senso del più alto spirito di sacrificio che uno sportivo possa dimostrare. Del resto la maglia All Black ha
“L’allenatore nel pallone” tra il B-movie e la B- zona
L’allenatore nel pallone è uno di quei film che molti italiani conoscono a memoria senza ricordarsi davvero quando l’hanno visto per la prima volta e poi per quante altre volte ancora. Solo per questo merita di essere considerato con la giusta attenzione. Passa in tv da quarant’anni, viene citato al bar e allo stadio, trova spazio sui social. Continua a funzionare, insomma. Non solo perché, ammettiamolo con buona pace di tutti, fa ridere, ma perché sotto la superficie farsesca racconta qualcosa di serio: il calcio come sport nazionale e l’italiano medio come eterno tifoso. Il film ha la regia di Sergio Martino e Lino Banfi
Raccontare palle
Da bambino, quando chiedevano a mio fratello cosa avesse sognato rispondeva: “Le palle”. La risposta, ovviamente spiazzava i miei genitori che, in qualche modo, cercavano di approfondire: “E cosa fanno queste palle?” “Girano”. Mio fratello ancora sconosceva il significato metaforico attribuito alle palle giranti, ma tanto bastava per creare un ricordo di cui anche io, fratello minore, sono venuto a conoscenza. Però è un fatto: le palle sono fatte per girare, la risposta del bambino era di una disarmante ovvietà. Certo per essere precisi la palla non gira, ma rotola e nel rotolare la sua superficie entra in contatto con piccole superfici di tante cose,
Il Tango, il Super Santos e il Super Tele
Il motorino no, le cene fuori nemmeno, la Nutella non troppa, e il bagno al mare dopo tre ore dall’ultimo pasto. Palloni, però, quanti ne volete.In ogni casa vige un diritto di famiglia. Per noi, bambini degli anni ‘80 in una città del sud Italia, la legge prevedeva tabù e cautele assortite, con almeno una fortunata eccezione, una sorta di diritto costituzionale all’infanzia: la palla per giocare al calcio non doveva mancare mai.La si rincorreva in un cortile asfaltato e in netta pendenza da cui era vietato uscire (ancora!) ma che aveva il pregio di non essere troppo affollato di auto. Due ingressi utili simulavano
“Che palle!” Nella vita e nel cinema
“Che palle!”. Chi non ha mai usato questa espressione almeno una volta nella vita? Credo che tutti, più o meno, ne abbiano fatto ricorso. Si tratta di un modo di dire che, dopo aver superato lo stereotipo volgare che lo focalizzava solo sugli attributi maschili, esprime fastidio, noia, frustrazione, rafforza il senso di insofferenza che si sta attraversando. Usata nella vita, abusata al cinema, dove, soprattutto nei film comici, è onnipresente. La si trova, a maggior ragione, nell’ultimo film di Checco Zalone, BUEN CAMINO, in cui la giovane figlia esasperata del protagonista (lo stesso Checco) la rivolge al padre che la segue per indurla a
Che palle la “normalità”
Quando il direttore ha proposto il tema del mese, Palle, mi è venuto in mente un film che parla di chi non avrebbe voluto avere quegli attributi maschili ma avrebbe magari preferito avere altre caratteristiche.Il vizietto è un film del 1978 adattato dal regista Molinaro, prendendo spunto dalla commedia La Cage aux Folles. Protagonisti principali Michel Serrault nel ruolo di Albin e Ugo Tognazzi nel ruolo di Renato. I due sono una coppia di due più che cinquantenni che da vent’anni gestisce un locale, La Cage aux Folles. Il locale è noto per le esibizioni di drag queen, tra le quali anche Albin, conosciuto come Zazà Napoli, ed è
I cerchi che aiutano quando le sfere non girano bene. Intervista a Daria Musso, la signora dei mandala.
Daria Musso è un’artista di origine palermitana, vive da tempo a Ragusa, ma conserva con orgoglio la sua inflessione e l’umorismo caustico del capoluogo. Mi accoglie con una risata vulcanica, gli occhi vispi e curiosi dietro una montatura estrosa.È un’artista di lunga esperienza, ha insegnato Discipline pittoriche al Liceo Artistico di Trapani, Educazione Artistica nelle scuole medie e Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Ragusa. Poi, dal 2008, si è concentrata a tempo pieno sulla propria ricerca artistica, collaborando con prestigiose gallerie d’Arte siciliane, esponendo a Torino, Lugano, Malta, Berlino. Sin da quando era una studentessa si è interessata degli effetti del colore sulla psiche, incuriosita
Il Palladio: il talismano dell’antichità
È istintivo: sentendo o leggendo Palladio, immediato, il pensiero va a qualcosa di sferico. Tolti il celebre architetto rinascimentale veneziano e l’elemento chimico (e non mi pare che fossero palliformi), il Palladio di cui vi parlerò non è tondo e non c’entra nulla con la palla. Quindi nemmeno Atena Pallade ha nulla a che vedere con l’oggetto ludico, il cui etimo pare sia longobardo. Il nostro Palladio era una statua di legno verticale, rigida e sottile, la cui forma richiamava la stabilità incrollabile di una colonna o di una lancia piantata nel terreno. Per gli antichi, infatti, il termine richiamava il verbo greco pállein, ovvero
Palle fiammeggianti
“Talkin’ ‘bout the smiling deathporn immortality blues”. “Free radicals (A hallucination of the Christmas skeleton pleading with a suicide bomber)”. “Yeah, I know it’s a drag… but wastin’ pigs is still radicals”. Sono titoli di alcuni dei loro brani. E poi, “There should be unicorns”. “The stars are so big… I am so small… do I stand a chance?”. E per chiudere in bellezza. “My cosmic autumn rebellion (The inner life as blazing shield of deviance and optimism as celestial spear of action)”. The Flaming Lips nascono a Oklahoma City nei primi anni ‘80, come una formazione di alternative rock. Il nome nasce da un
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Maria Giovanna Fanelli
Spiccioli mitologici
Questa piccola raccolta, composta da tredici racconti più uno, è un assaggio di mitologia greca. I miti proposti non hanno un fil rouge, se non il gusto personale dell’autrice; autrice, che ha voluto anche giocare un po’ con la sintassi e i tempi verbali per rendere la scrittura quanto più vicina possibile al suo parlato. L’intento è di una lettura semplice, scorrevole e divertente, alla portata di chiunque: unico requisito, la curiosità. Buona lettura!.
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Daniela Vaccaro, Antonella Galuppi
IO E NICOLETTA
Perché raccontare una storia così intima, privata, che ha per protagonista la propria figlia affetta da una disabilità importante? Di certo, non per suscitare pietà, tantomeno ammirazione. L’idea nasce dalla voglia di mettere la propria esperienza a disposizione di tutti coloro che vivono la disabilità sotto vari fronti: genitori, fratelli, amici. Tanti genitori vivono con imbarazzo la condizione dei propri figli, al punto da relegarli in casa per evitare loro sofferenze inutili o per proteggere se stessi dalla società che non è ancora pronta ad accettarli. Una storia di vita raccontata senza tabù, con schiettezza e semplicità, perché tocca tutti da vicino.
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Stefania Germenia
I viaggi di Penelope
Penelope tesse la sua tela ponendo dinanzi a sé anime pure e prive di orientamento o di consapevolezza: sono gli specchi delle tante sfaccettature della sua stessa essenza. Sullo sfondo c’è una realtà variegata che ha il sapore e i colori delle vetrate gotiche delle chiese parigine, delle spezie d’Oriente, dello tzatziki e le amare tinte della realtà newyorkese. Una mescolanza di tradizioni, usanze, ricette culinarie appartenenti ai luoghi descritti che immerge il lettore in un viaggio dell’anima che porterà alla consapevolezza dell’eterogeneità, laddove il diverso costituisce la giustapposizione di una sfumatura di colore.
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Ermelinda Simona Buccheri
Mimi
Mimi è un gattino dotato di grande intraprendenza e candore. Una mattina di fine inverno, durante il consueto giro con la madre e i fratellini, accade qualcosa di imprevedibile che segnerà la sua giornata e la sua giovane vita. Attraverso la sua storia si può scoprire il valore della resilienza, quel saper cogliere nonostante tutto il lato positivo delle vicende più sgradevoli, quel saper trovare anche in mezzo alle difficoltà delle vere e preziose amicizie. Nascono, infatti, lungo tutto il racconto legami basati sull’empatia e sulla solidarietà, sull’inclusione e sul coraggio.






















