Viviamo, nostro malgrado, in un'epoca dove le regole sociali sono ormai dettate dai media che ci propongono un modello fittizio, di "famiglia" di plastica. Una famiglia modello, al di sopra di ogni incertezza, lontana da qualsiasi contaminazione sociale e culturale, capace di assicurare uno stato di benessere economico per tutti i suoi componenti. In grado di crescere bambini perfetti, avulsi da paure, da insicurezze, frustrazioni. Una famiglia in cui la malattia è una condizione sostenibile, in assenza di dolore, d'incertezze per il domani che verrà. Una famiglia sostenuta dallo Stato e dalle sue leggi, da una società in grado di recepire la "diversità" come un arricchimento piuttosto che un disagio o come un intralcio al "normale" scorrere della vita. Un paradiso ancora da inventare. Basta scorgere lo sguardo non lontano da noi stessi, basta disporre il nostro animo verso chi, al di là di noi, ci sta accanto. Non occorre conoscere per provare turbamento. Basta avere la semplice voglia di capire che gli eventi importanti non sono sempre quelli che ci coinvolgono direttamente. Nella famiglia riversiamo ansie,aspettative, in un ostinato desiderio di progettualità. Quasi a servirci della "famiglia" per soddisfare bisogni o compensare il profondo, recondito, desiderio di ripercorrere strade già tracciate da chi ci ha già preceduto. Ogni società, nel mondo, conserva modelli comportamentali entro i quali la società stessa si forma, definendone i ruoli, e quelle che noi chiamiamo convenzioni sociali alle quali spesso non si può contravvenire, divenendo barriere, confini dai quali non è possibile uscire. Bloccati da schemi che si ripetono all'infinito, trasmessi da generazione a generazione. Testamenti muti di una società che solo apparentemente cambia ma che nella sostanza rimane immutata. Nella società contemporanea è ancora l'istituzione del matrimonio a definire il concetto di "famiglia", e tutto ciò che ruota attorno ad essa, che non rientra neicanoni stabiliti, tende a non essere preso in considerazione dalla società stessa, dando vita ad un'innumerevole serie di pregiudizi, marchi di identificazione sociale spesso difficili da cancellare. Una donna separata dal marito (ad esempio), per quanto possano essere gravi le motivazioni che determinato le cause di questo evento, avrà occhi particolari su di essa che giudicheranno i suoi comportamenti, anche i più normali; abituati come siamo a vedere la donna relegata ad un ruolo di confine, o comunque sempre associato a ruoli di madre, di moglie; compiti sicuramente di grande valore sociale e di enorme responsabilità per cui degni di atavico rispetto. Ma cosa accade quando una donna cresce e decide di crescere nel proprio ambito familiare, scardinando così quegli equilibri ormai sedimentati? Di certo, un marito o un compagno comprensivo capirà ed asseconderà ogni piccola, grande iniziativa perché innamorato della "intelligenza". Il desiderio di migliorare la propria posizione prescinde dalla formazione o dal livello sociale di appartenenza, sebbene,lì dove l'ambiente culturale è limitato da false convenzioni è difficile per una donna acquisire consapevolezza di sé, delle proprie potenzialità e della propria intelligenza e di come queste possono essere utilizzate anche a beneficio stesso della propria famiglia. Ciò accade, forse per fortuna, sempre più di rado, ma accade. Mentre qualcuno di noi crede ancora che nel terzo millennio la presenza delle donne nei ruoli sociali sia indice di progresso civile, in realtà tra le mura silenti si compiono delitti di efferata natura che riguardano la sfera emotiva, intellettuale, fisica. La mortificazione dell'essere, nella totalità dei suoi molteplici aspetti, subita e sofferta può portare alla chiusura, a quel male implacabile che è la solitudine, e le conseguenze le conosciamo bene, purtroppo. Le notizie amplificate daimedia, riempiono sempre più le pagine di cronaca, svelando una società non in grado, forse, di farsi carico di un'unica responsabilità, ovvero quella di non riuscire ad accettare i molteplici ed inesorabili mutamenti che avvengono in nome del "progresso". Ciò che mi ostino a credere è che "l'emancipazione" non debba essere un termine per forza associato a certi movimenti femminili degl'anni settanta, ma che possa rappresentare la forza di un radicale cambiamento sociale, che vede nella diversificazione e nello scambio dei ruoli, piuttosto che un limite alle proprie potenzialità, una risorsa. Nella moltitudine di situazioni, di realtà, in una variabile costante di eventi, siamo sempre tutti figli e genitori anche quando non si è madri o padri putativi, si tende ad assumere ruoli di eguale rilievo. In questo equilibrio universale è contenuta la formula alchemica di una coesistenza ricca di esperienze, di emozioni, di sentimenti, di diversità, a mio parere, il sale dell'esistenza. L'evoluzione dei tempi è caratterizzata da una società che deve accettare nuove tipologie di famiglia dove spesso anche l'uomo si trova a coprire ruoli mancanti, di famiglie interrotte, anch'esso con sacrificio, e con l'eterno timore di commettere errori, più o meno consapevoli... fa parte del gioco... Ho vissuto ammirando l'ardito esempio di madri che compivano evoluzioni di grande modernità È la libertà interiore che contagia, che diventa geneticamente trasmissibile, la libertà culturale, che consente di essere moderni, anche se, anagraficamente, socialmente, non sei più considerato tale.... "Moderno"; moderna è una donna che asseconda la crescita di un figlio, nelle scelte e nell'esperienze, che sa mediare, e che sa condividere, che è consapevole di essere un tassello importante ma non l'unico, nella formazione di un figlio.
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