Marzo 2006

IL MARZO FRANCESE

Una lezione per l'Italia flessibile.


Luciano Nicastro

La rivolta delle banlieue parigine e la rabbia dei giovani francesi contro “il contratto di primo impiego” (CPE) rappresentano i due fuochi emergenti della moderna questione sociale che è inscindibilmente problema culturale e spirituale di malessere esistenziale, legato ad una condizione precaria di vita, di lavoro e di mancata integrazione socio-politica, ma anche problema politico di frontiera della lotta democratica di oggi su una nuova famiglia di diritti: i diritti sociali di generazione, soprattutto dei giovani e di quegli esclusi dal lavoro, dalla vita e dalla condizione urbana. Ha ragione Valerio Castronovo quando scrive su “Il Sole 24 ore del 23 marzo 2006, p. 1” che “quello dell’occupazione giovanile è ormai da parecchio tempo un problema cruciale per tutti i paesi europei” non solo sul piano economico ma anche su quello della socializzazione politica. È il momento quindi di fare un bilancio specifico e profondo a tutto campo. Il flessibilismo di moda, che ha ispirato le culture politiche della precarietà di un neoliberismo rampante in Occidente, che in Italia ha cercato di affermarsi in modo socialmente “morbido” con la cosiddetta Legge Biagi introducendo 48 figure di lavoro “usa e getta”, viene riproposto nei paesi europei con irrazionale ostinazione senza operare una demitizzazione del “culto della flessibilità” come nuova religione del lavoro precario fondato sulla libertà assoluta e incondizionata del capitale e del suo primato economico e direttivo rispetto al diritto al lavoro con una licenza di azione arbitraria e preventiva come nel caso del CPE francese. Paradossalmente e contraddittoriamente “il contratto di primo impiego” dei giovani francesi viene ideato dal governo di centro-destra di Parigi per venire incontro alla valanga battagliera che sale dal mondo giovanile e che si esprime in una nuova domanda sociale di diritto al lavoro contro il dilagare della disoccupazione delle nuove generazioni che non vogliono essere la forza-lavoro “low cost” per sé e per lo sviluppo civile del Paese. Non si può oggettivamente tollerare sul piano del diritto e su quello umano l’accesso al lavoro di minori di 26 anni al prezzo del diritto arbitrario di licenziamento dei datori di lavoro senza giusta causa nei primi due anni di assunzione. E’ la contraddizione del liberismo quando cerca di diventare sociale! Le ricette neoliberiste si fondano infatti sui presupposti