Maggio 2011

... CON LA SABBIA NEGLI OCCHI

Riflessioni


Daniela Fiorilla

Appena finito di leggerlo, “esco” dal libro con il capo ancora avvolto dalla tagelmust, il turbante color indaco. Sono già nella fase REM sul mio divano. Le palpebre si serrano e le ciglia si intrecciano, così “passo” sotto la tenda. Sto rifacendo il letto intagliato nel legno tenero e leggero. Un ronzio meccanico mi porta ad uscir fuori, è un “centauro” solitario della Parigi-Dakar forse finito fuori pista. Guardo le stelle, s’affaccia Orione dallo skyline ondulato e sabbioso, è uno spettacolo unico, magnifico, sono veramente in un albergo a mille stelle e sta per cambiare la stagione. La mia tribù è molto ospitale ed è grazie a questa gente che imparo canti e poesie. Si canta, si danza, si recitano poemi. Farah, dolce ed austera come il deserto, suona l’imzad, violino ad una corda, sul quale la mia amica con l’eleganza delle sue mani ricama melodie che nella veglia notturna calmano i bambini ed esaltano gli uomini e le donne, e che... All’alba gli uomini partono in carovana coi cammelli, superano le dune disegnate dal ghibli. Io lavoro, faccio anche lavori pesanti: attingo l’acqua al pozzo, abbevero gli animali, pesto il miglio, mi faccio carico dell’educazione dei miei figli. Sono allegra e felice. Nel deserto la vita è così fragile che bisogna accettare ogni cosa come una fatalità. La morte, la malattia, un pozzo prosciugato, un cammello che si ammala e muore, però tutto è vissuto con dignità. Il mio cammello da soma si accascia nella sabbia, senza un grido, con la testa eretta e con gli occhi umidi guarda la carovana allontanarsi. Dopo aver scavato con le zampe la sua tomba vi si spegne serenamente. E’ così che finiscono i cammelli nel deserto. Con la loro morte testimoniano che erano degni di vivere. Di colpo apro gli occhi con un sussulto, il libro adagiato aperto sul petto rotola a terra, la persiana sbatte con un ritmo sollecito, vado a vedere di cosa si tratta! E’ arrivato lo scirocco, fuori è tutto coperto da un velo di terra rossa. E’ stato così che ho “sperimentato” per la prima volta l’Africa sahariana grazie “all’incontro” con Mano Dayak, il primo tuareg scrittore. Tramite questa bella persona ho fatto la “scuola” del deserto a conferma che non vi sono abissi culturali, deserti tali da non poter essere superati.