Settembre 2012

urbanistica e decentramento

Di quale campagna di parla in Francia?


Françoise Toletti

Oggi l’80 % della popolazione mondiale vive in ambienti urbani, questo è anche il caso della Francia. Oltre l’agglomerazione parigina, tentacolare con i suoi dodici milioni di abitanti, sei altre grandi città francesi contano più di un milione di abitanti e continuano a crescere : Lione, Marsiglia-Aix, Tolosa, Lilla, Bordeaux e Nizza. Si può ancora parlare di «Paris et le désert français (Parigi e il deserto francese)»? [1] Quest’opera dal titolo scioccante pubblicata nel ’47 ebbe all’epoca grande risonanza. Jean-François Gravier fu infatti il primo a dimostrare e ad analizzare, certe volte con parole forti, la sproporzione tra lo sviluppo parigino e quello del resto della Francia. Secondo il geografo «dans tous les domaines, l'agglomération parisienne s'est comportée depuis 1850, non pas comme une métropole vivifiant son arrière-pays, mais comme un groupe monopoleur dévorant la substance nationale (in tutti i campi, l’agglomerazione parigina si è comportata dopo il 1850 non già come una metropoli che stimolava la vita del suo entroterra, ma come un elemento monopolizzante che divorava la sostanza nazionale)». Effettivamente, ancor oggi, si assiste ad una ipertrofia della capitale rispetto al resto del paese: Parigi e il suo hinterland presenta sul 2% del territorio nazionale il 20% della popolazione francese. Questo squilibrio territoriale, rafforzato dall’esodo dalle campagne a seguito delle due guerre mondiali, ha comunque una spiegazione storica. Se già Luigi XIV, il Re Sole, voleva affermare il suo splendore attraverso quello di Parigi, la concezione attuale di una Francia ipercentralizzata deriva dalla Rivoluzione francese e dalla lotta tra le due correnti opposte: i Girondini e i Giacobini. Per il professor Jacques Marseille,[2] «Jacobins et Girondins étaient de la même génération et de la même origine sociale, mais ils avaient une conception différente de la République. Les Jacobins rêvaient d’une République idéale et rigide qui imposerait à un peuple immature l’efficacité d’une structure et d’un gouvernement fort. Les Girondins par contre, avaient le goût de la nuance et de la contradiction et refusaient de choisir entre l’égalité et la liberté. Partisans d’une vraie décentralisation, ils voulaient attribuer aux corps administratifs des départements les détails de l’administration intérieure en ne laissant au centre que la surveillance (Giacobini e Girondini erano della stessa generazione e provenivano dallo stesso ceto sociale, ma avevano una concezione diversa della Repubblica. I Giacobini sognavano una Repubblica ideale e rigida che avrebbe imposto a un popolo immaturo l'efficacia di una struttura e di un governo forte. I Girondini al contrario, sapevano apprezzare le sfumature e le contraddizioni e rifiutavano di scegliere tra uguaglianza e libertà. Partigiani di una vera decentralizzazione, volevano attribuire ai corpi amministrativi dei dipartimenti i dettagli dell’amministrazione interna lasciando al centro solo la sorveglianza)». Se i deputati Girondini erano la maggioranza nei primi anni della rivoluzione, furono progressivamente espulsi dai Giacobini, molto potenti e organizzati. Oggi, un momento in cui è d’attualità il regionalismo o il federalismo in numerosi paesi europei, la Francia resta ancora molto giacobina, con un potere centralizzato a Parigi, in mano di una piccola élite di tecnocrati, spesso sconnessi dalle realtà locali. È comunque a Parigi che si organizzano le sfilate di moda, che si raduna il microcosmo dei giornalisti, in circoli discreti e ovattati ben informati e spesso complici (per esempio l’esistenza della figlia segreta di Mitterand non era un mistero per i giornalisti parigini). È sempre nella capitale che inizia o finisce una tournée e sempre con un certo timore visto che il pubblico parigino è più duro, più esigente di quello della provincia. Tutte le grandi società degne di questo nome debbono avere la sede sociale o almeno un ufficio a Parigi. Per andare da Lione a Bordeaux in treno è necessario transitare per Parigi... Insomma, per quanto le altri grandi città mostrano con orgoglio le proprie competenze, il loro savoir-faire e il loro dinamismo, Parigi resta indiscutibilmente il centro geografico, intellettuale ed economico della nazione. La città in campagna... È nel XIX secolo, con la rivoluzione industriale, che si sviluppano le prime idee riguardo alla città moderna. L’inquinamento industriale, il sovraffollamento degli operai in alloggi insalubri suscitarono numerose idee utopiche riguardo una città ideale in cui organizzare e razionalizzare i vari uso dello spazio. La necessità di allontanare le fabbriche dal centro delle città assieme a quella di fornire alloggi alla manodopera ha sancito la nascita delle prime città operaie nelle periferie, facendo scomparire la separazione tradizionale tra città e campagna. Per esempio le fortificazioni attorno a Parigi sono scomparse nel 1919. Poco a poco la città ha rosicchiato la campagna, estendendosi a macchia d’olio. È la nascita della banlieue, fenomeno rinforzato a causa dell’esodo rurale e della politica dell’edilizia popolare legata al baby-boom del dopoguerra. Ecco l’immagine veicolata dalla banlieue: l’assenza di pluralità sociale nei quartieri popolari (in francese HLM - Habitations à Loyers Modérés [Alloggi a fitto calmierato]) ha fatto sì che divenisse un ghetto per alcuni, e nei casi peggiori luogo di assurda violenza e di negazione dei diritti. Il fenomeno è comune a tutte le città europee, ma in Francia è più forte a Parigi. A seguito del libro di Gravier, negli anni cinquanta, si è aperto un dibattito sulle politiche del territorio, allo scopo di tentare contemporaneamente di organizzare lo sviluppo economico e di riequilibrare il peso della capitale. Negli anni sessanta, con la speranza di limitare lo sviluppo concentrico di Parigi e delle grandi agglomerazioni urbane, è nata l’idea delle città nuove in un raggio da 15 a 50 km, nuovi nuclei di vita attorno ai quali organizzare lavoro e habitat. Ma, oggi, bisogna costatare che queste città (Cergy Pontoise, Marne la Vallée ou Villeneuve-d'Ascq ecc.) sono diventate nuove periferie di Parigi o Lilla. Poiché “andare a vivere in campagna” in una villetta con un po’ di giardino è il sogno della maggior parte dei francesi, la marea delle villette si stende sulla campagna e il 40% della popolazione vive ormai in questa Francia peri-urbana, in queste grandi banlieue in cui si torna solo per dormire dopo ore trascorse sui mezzi pubblici per rientare dal lavoro. Nella regione parigina il tempo medio passato sui mezzi da un abitante della banlieue è tra le due e le due ore e mezza al giorno. … o la campagna per la città? Resta ancora la vita rurale, quella vera. Quella dei territori così isolati da essere inconcepibile che possano accogliere pendolari che si spostano quotidianamente verso i luoghi di lavoro in città più o meno lontane. Questa campagna vede poco alla volta chiudere i servizi: alimentari, scuole, uffici postali... Questa Francia profonda, ultimo rifugio dei valori veri e del mangiar sano. «La felicità è nel prato» prometteva il film di Etienne Chatilliez nel 1995. È stato sufficiente per la nascita del mito del ritorno alla natura, alla vita vera, lontano dai rumori della città. Questa campagna nella quale tornare per vivere, per aprire un agriturismo o rilevare l’alimentari del villaggio e finalmente cambiar vita! Quanti cittadini che hanno rischiato con più o meno fortuna? Scoprendo l’obbligo di fare chilometri per comprare la baguette quotidiana? Se questi traslochi estremi non sono la maggioranza, comunque partecipano di un movimento globale di ritorno verso la natura, per viverci, alla ricerca di una buona alimentazione. Ne è la prova lo sviluppo degli AMAP (Associations pour le maintien de l'agriculture paysanne [Associazioni per il mantenimento dell’agricoltura contadina, assimilabili ai GAS italiani], associazioni che danno luogo a filiere di vendita corte, ponendo la questione sul piano della campagna a servizio degli abitanti delle città.... Ma è impossibile viverci normalmente, la campagna resta la parentesi incantata d’un week-end o delle vacanze. La campagna è anche il luogo delle seconde case di cittadini ricchi e ammanicati, che invece di vivere in lontane banlieue preferiscono ritrovare le radici nella storia di un territorio e nei suoi prodotti. E questo fenomeno va oltre i confini francesi. L’avvio di collegamenti regolari nell'aeroporto di Limoges con Londra, ha avuto come corollario l’acquisto da parte di cittadini inglesi di numerose case antiche nei villaggi del Limusino. La campagna francese sarà forse meno cara della campagna inglese? La politica in campagna! Finiamola con la campagna elettorale, deserto d’idee, che tracima ogni volta di parole e twitt fino alla saturazione. Quest’assenza di idee politiche, cioè in rapporto all’organizzazione delle città, non è senza influenza sul nostro paesaggio. Sarkozy voleva essere il nuovo re della Grande Parigi a svantaggio delle nostre povere campagne date in pasto a una finanza cieca. Chi avrà mai il coraggio di fermare la vendita del nostro territorio a promotori finanziari di qualsiasi risma, alle società autostradali e alle società della grande distribuzione? Quando fermeremo la desertificazione rurale causata dall’idea che la sanità debba essere economicamente vantaggiosa e che bisogna chiudere i piccoli ospedali di campagna? Dov’è finito il principio repubblicani di uguaglianza territoriale? Ma lo stato non è il solo che deve esser tirato in ballo. Le amministrazioni comunali che sono, dopo la decentralizzazione degli anni ottanta, i gestori del territorio francese hanno difficoltà a pensare sul piano globale: in Francia si contano 36.600 comuni, raggruppati per il 95% in 2600 intercommunalités (l'equivalente delle comunità montane o delle unioni di comuni).
______
Françoise Toletti definisce se stessa un'urbanista disillusa e una regionalista forsennata.
Note :
[1] Jean-François Gravier, Paris et le désert Français, 1947 (ripubblicato nel 1972).
[2] Fonte : http://initiativeeuropeenneetsociale.over-blog.com/article-6285101.html. Jacques Marseille (1945-2010) era uno storico dell’economia.