Maggio 2018

A TAVOLA CON la letteratura

Riflessioni tra culinaria e scrittura


Marinella Tumino

Se penso a qualcosa di Buono, da vera siciliana, penso al cibo, all’ottima cucina e se penso alle tante letture fatte, mi torna in mente l’immagine di una tavola apparecchiata, di commensali che condividono cibi sfiziosi o del buon vino, tra una chiacchierata (letteraria e non) e un’altra. Cibo e parola, cibo e letteratura si snodano su diversi piani e livelli comunicativi … I gourmet con la loro storia e tradizione si sposano perfettamente con la Letteratura. Sovente, il cibo è presente fra le pagine di un romanzo, come elemento chiave oppure come dettaglio appena abbozzato, utile magari allo sviluppo della trama di un giallo. Cibo e letteratura, dunque, un perfetto binomio! Chi non rammenta la Petite Madeleine di Marcel Proust o il Sandwich al formaggio svizzero del Giovane Holden? Giovanni Boccaccionel suo Decameron ci insegna che uno dei più grandi gesti d’amore è nutrire la persona amata. Un esempio è la novella e, dunque, la storia di Chichibio cuoco a cui viene affidato dal suo padrone l’incarico di cucinare una gru, ma la sua innamorata Brunetta lo persuade a darle una coscia. Nel momento in cui la gru viene servita a tavola, il padrone si accorge della coscia assente e, per giustificarne la mancanza, Chichibio si inventa una risposta acuta e ingegnosa che verrà molto apprezzata dal padrone e che lo salverà dal possibile licenziamento. Il tema del cibo diventa ciclico nel Decameron: diviene quasi un rimedio alla peste ed è spesso veicolo di erotismo. Il cibo letterario, come eros, lo troviamo anche nella raccolta di racconti-ricettario di Isabel Allende, Afrodita: il libro contiene un brillante racconto-fantasticheria, inserito nel capitolo “Etichetta”, i cui protagonisti si servono di una squisita cena come preliminare del loro incontro amoroso. Anche la comunicazione amorosa passa attraverso il cibo, come capita pure in “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel: la storia d’amore tormentata e proibita fra i protagonisti Tita e Pedro è tramata dalle ricette messicane preparate con abilità da lei, ricette che determinano fatti fondamentali per lo sviluppo della trama del romanzo (e della loro relazione di coppia). Nella cucina e nel cibo ci si può rifugiare anche per tentare di colmare il proprio senso di vuoto (e di assenza di amore): consideriamo Kitchen di Banana Yoshimoto, storia di una ragazza che resta sola in seguito alla morte della nonna e si rifugia nella stanza della casa che ama di più, la cucina. Se il cibo ha sempre fatto capolino in letteratura, è invece recente il sottogenere della Food fiction, in cui il cibo, l’atto del mangiare o del cucinare hanno un ruolo essenziale nella trama. In questo gruppo, però, non è considerata tutta la banda di gourmet letterari, come Nero Wolfe, Pepe Carvalho, il nostro Montalbano o Barney Panofsky, nei quali la passione per la cucina è un ritratto del personaggio stesso, anche se non privo di brillanti osservazioni: lì il nucleo della vicenda è sempre altrove. I protagonisti sono cuochi, critici gastronomici, autori di libri di cucina, pasticceri o candidati ad esserlo, e gli eventi narrati si svolgono in buona parte tra forni e fornelli, reali o vagheggiati. L’ultimo motivo, che voglio qui analizzare, è il cibo come chiave di comprensione della vita. Nel cibo, o attraverso il cibo, si cercano e si trovano risposte. Oltre alle scoperte sensuali, i protagonisti accrescono anche la consapevolezza di sé e della propria identità. La convivialità e, in modo specifico, la tavola della cucina, comunica spazio, orditura, arte musiva di parole scambiate e di immagini realizzate, racconti che incantano, stregano e che riportano in vita. Il mondo dei gourmet diventa così un deposito immenso di immagini che alludono, in maniera più o meno esplicita, alla dimensione figurativa. Sembra quasi che il cibo e gli alimenti, sebbene siano stati preparati per essere mangiati, finiscano poi per disperdere la loro carica di significato nel momento della loro preparazione come se la pietanza ambita non sia in realtà importante in sé per sé e che sia considerata non tanto come oggetto, piuttosto come “anima” di un comune sentire.